Torpediniera in viaggio...
con cane clandestino
Con un fremito leggero, come una rondine che rada l'acqua col fruscio di un'ala invisibile, la silurante fila attraverso l'Adriatico calmissimo.
La notte di maggio s'incurva sul mare, carica di aromi e di fragranze che sembrano giungere dalla terra già lontana, dalla Pianura Veneta dove un esercito in armi veglia ed aspetta l'ora del balzo leonino.
La O. S. 13 si è lasciata alle spalle Venezia.
E’ uscita da tre ore, per una di quelle missioni, ardite e geniali, in cui si è specializzata durante la Grande Guerra la nostra Marina: sbarcare a Parenzo, profittando dell'oscurità, un nostro ufficiale, che conosce perfettamente la regione, che parla il dialetto istriano, e che dovrà assolvere - sulla costa nemica - un delicatissimo compito informativo.
Quell'ufficiale, evidentemente, rischia la vita nella tiepida notte; mentre la silurante vola sull'acqua calma - e la segue da presso, rimorchiato, il Mas su cui l'uomo dovrà al momento buono "filarsi" - l'ufficiale scherza con il Guardiamarina.
"Se tutto va bene, faccio un poker d'assi: ecco tutto...".
Sulla plancia il Tenente di Vascello Gamberini, avvolto nell'incerata, sorveglia la rotta, al lieve riverbero bluastro della lampadina mascherata.
La torpediniera deve rilevare uno scoglio, un piccolo scoglio isolato, sperduto, tre miglia innanzi a Parenzo. E’ là che dovrà scendere nel motoscafo l'ufficiale scelto per la pericolosa missione.
Non è facile trovarsi all'ora convenuta dinanzi allo scoglio. Tutta la perizia e la buona volontà di chi governa la silurante non impedisce talvolta che essa "scada" e si trovi allontanata dal punto che deve raggiungere.
Ma quella notte Gamberini raddoppia l’attenzione: sa che bisogna arrivare al punto giusto, nel momento buono. E il suo capofila è il Comandante Gonzembach, che precede di cinquanta metri con la sua silurante.
Continue correzioni del timone assicurano la rotta delle due piccole navi, cosicché, alle due precise, esse si trovano davanti allo scoglio di Parenzo, esatte come - dice il Guardiamarina - all'appuntamento con una signorina.
Il silenzio è profondo, assoluto, sull'Adriatico.
Di fronte s'indovina Parenzo, col suo piccolo porto pieno di barche pescherecce, dominato dalle tre batterie che gli austriaci hanno piazzato per difendere contro gli attacchi dei pirati italiani, la città italianissima.
Gli austriaci vegliano.
Sulla O. S. 13, accanto al minuscolo quadratino di poppa, dove due uomini possono appena muoversi, c’è una specie di ripostiglio, ai piedi della scaletta. Lì dentro, nell'ombra, si muove un bizzarro "personaggio"; un passeggero di eccezione. E’ l'unico essere vivente - a bordo della O. S. 13 - che non appartenga né all'esercito né all'armata, che non sia iscritto nell'Annuario, che non porti matricola.
E’ un "clandestino" della spedizione. Quando la torpediniera ha lasciato Venezia, un marinaio è venuto a rinchiuderlo lì dentro, si è curvato fino a lui, gli ha sussurrato con un dito sulle labbra: "Cuccia lì e buono".
E il cagnolino - la "mascotte" della O. S. 13 - è stato buono, finora.
Dal giorno in cui la guerra è scoppiata, ogni nave dell'armata ha a bordo un cagnolino. Appartiene alle razze più umili e più varie, non discende da nessun incrocio magnanimo di levrieri russi e di altere cagne danesi: è figlio "di popolo". Viene dalla folla anonima dei poveri cani randagi che battono le banchine di tutti i porti della terra, annusando l'odore delle cucine, finché qualcuno non li porta di peso su una tolda e li iscrive così - per sempre - nella "gente di mare".
Così il piccolo essere abbaiante e scodinzolante diventa, a bordo, "tabù". E’ inviolabile per i marinai, e persino gli ufficiali ammiragli - se non arrivano a fargli il saluto - lo guardano rassegnati.
Gli alti comandi si sono provati - questo sì - a disporre per ogni operazione lo sbarco dei cani mascotte, ed hanno avvisato i capi squadriglia, i comandanti delle navi:
"Niente cani, a bordo, eh? Mi raccomando".
…Ed ecco come, in quella notte di maggio, davanti allo scoglio di Parenzo, la O. S. 13 ha a bordo qualcuno che non dovrebbe esserci, e che raspa colle sue zampette contro l'usciolo, l'usciolo che non è chiuso bene...
Tutti gli uomini sono al loro posto: ombre nell'ombra . "Siamo pronti?", chiede Gamberini.
L'ufficiale che deve sbarcare è sulla poppa, vestito da pescatore istriano. Il Comandante gli stringe forte la mano e gli passa, in silenzio, un pacchetto di tabacco: non sarebbe igienico farsi trovare in tasca delle "Macedonia".
Tutti gli occhi sono fissi sulla terra, così vicina, così vicina!
Ed ecco che ad un tratto si leva da terra una "voce".
Non è umana. E’ l'abbaiare secco, rapido, quasi crepitante, di un piccolo cane ignoto, smarrito laggiù, nella notte.
Ha "sentito" qualche cosa? Ha percepito forse quello che gli austriaci non hanno avvertito: la vicinanza degli italiani? O abbaia semplicemente per qualche "dispiacere intimo", come abbaiano - solitamente - i cani e gli uomini?
Ecco che, a sua volta, la piccola tragedia precipita. Qualcuno ha sentito, in fondo al rifugio della O. S. 13. Ciribiri ha drizzato le orecchie, e si è messo sull'attenti, puntando contro l'uscio le zampette frementi: "Vi è dunque, in un punto prossimo del vasto mondo, un "frate cane" che chiama, e Ciribiri non risponderà?"
Come si potrebbero infrangere le leggi eterne di questa meravigliosa "Internazionale" delle bestie, che impone - sotto tutte le latitudini - di riconoscere l'amico o il nemico? L'uscio del ripostiglio cede sotto la spinta decisa di un musetto. Prima che gli uomini possano muoversi dal proprio posto, Ciribiri ha infilato la scaletta illuminata dal riverbero fievole della lampadina mascherata, e si è precipitato in coperta, a fianco del fumaiolo, "al posto di combattimento".
E risponde... Sembra che la sua piccola gola sia, quella notte, - per dispetto di Dio - foderata di metallo sonoro!
Ciribiri abbaia, abbaia furiosamente, contro la terra, e sembra che la voce dell’altro sia l'eco, riflessa dalla costa, del suo concerto.
Il Comandante Gamberini si è voltato di colpo.
"Sacramento!" Il Comandante non dice altro.
Ma i marinai son diventati "bianchi". Sanno che Gamberini è buono, ma non scherza. E gli ordini erano precisi.
Un Sottocapo timoniere si avventa sul colpevole. Ma sì!
Ciribiri non si rassegna: ha guadagnato la sua libertà, l'aria di maggio è mite e odorosa, ed egli non rinuncia a "far fantasia". Scappa per la tolda, inseguito invano. E non tace, non tace, finché la grossa mano di un marinaio non gli inchioda il musetto, sussurrandogli contro i peli arruffati dell'orecchio: "Te possino ammazzà, te possino..."
Ma è tardi. Il guaio è combinato. Parenzo ha sentito.
Che un cane abbai sulla terra - hanno pensato gli austriaci - è perfettamente normale, anche in guerra, ma che un altro cane gli risponda dal mare, è leggermente più strano.
Tre riflettori s'accendono in alto, sulle batterie. Tre immensi steli di luce spazzano il mare e passano sulla O. S. 13 senza arrestarsi. Non l'hanno ancora vista, ma è questione di minuti. E non c’è più niente da fare: le due minuscole siluranti non sono state mandate a battersi colle artiglierie di Parenzo, che aprono il fuoco a casaccio, dopo tre minuti.
Gamberini s’è accostato al timone e al portavoce.
"Macchina avanti, a tutta forza. Tutto a dritta".
La silurante di Gonzembach, che è a cento metri, ha capito anch'essa il latino, e vira sul posto, inondata dalla luce dei riflettori, sorvolata dal ronfo rauco dei proiettili.
Ma Gamberini - livido di collera - ha dell'altro da fare. Con quella divina febbre che fa dei nostri marinai i più impetuosi compagni del pericolo, la gente della O. S. 13 guarda supplichevole il suo Comandante. Vorrebbero rispondere. I cannonieri carezzano il pezzo...
Rispondere? Ci mancherebbe altro! Gamberini ha degli ordini precisi e un soldato non discute. Il compito è reso impossibile, per quella notte. Si ricomincerà: ecco tutto. E i conti - i conti col cane e cogli uomini che lo hanno imbarcato - si salderanno a Venezia.
…Ma a Venezia, quando le due siluranti accostano e si affiancano, mentre gli uomini passano sulla coperta mogi aspettando l'uragano - e Ciribiri attende, nella "prigione di rigore", il suo sbarco - Gamberini e Gonzembach si guardano in faccia, e scoppiano a ridere. Tutto "si arrangia", in mare, e si arrangerà anche questa.
La O. S. 13 riprende il mare la terza notte. Arriva, con una precisione matematica, in vista dello scoglio convenuto; sbarca l'ufficiale. Tutto si è svolto regolarmente; gli austriaci sono stati - ancora una volta – sorpresi dall'audacia dei marinai italiani.
Ma come abbaiava indignato quella notte, a Venezia, Ciribiri, messo a terra "d'autorità"!
Italo Sulietti da "S.O.S. - Insidie e misteri della guerra navale"