Il torneo

 

I tornei sono il principale divertimento del cavaliere. Più della guerra - dove i veri corpo a corpo sono rari - costituiscono il momento essenziale della vita militare e il mezzo più sicuro per conquistare fama e fortuna.

I romanzi cavallereschi, e particolarmente quelli della Tavola Rotonda, vi dedicano una buona metà delle loro descrizioni.

L'origine dei tornei resta però oscura. Probabilmente è molto antica e legata ai costumi guerrieri dei germani.

Nella loro forma medievale, l'esistenza dei tornei è attestata fra la Loira e la Mosa fin dalla seconda metà dello XI secolo. A partire da questa data, e nonostante i ripetuti divieti della Chiesa e di certi sovrani, il loro favore continuò a diffondersi e a crescere.

Nelle regioni dove la pace di Dio ha limitato la guerra privata, infatti, per la classe cavalleresca il torneo rappresenta il solo mezzo per scatenare il suo eccesso di aggressività e una delle rare occasioni di lasciare il castello, la sua oziosa monotonia e le abitudini quotidiane sempre uguali.

Eppure nel corso del XII e del XIII secolo la Chiesa condanna questi incontri futili nei quali si gioca a battersi, questi giochi d'azzardo e di denaro in cui spesso degli uomini lasciano la vita, in cui nascono rancori tenaci e si indeboliscono inutilmente le forze della cavalleria cristiana, la cui sola preoccupazione avrebbe dovuto essere la difesa della Terrasanta.

Ma i divieti restano senza effetto.

Se qualche sovrano consente a condannarli, la maggior parte si mostra tollerante.

Sono i feudatari gli organizzatori e i finanziatori, talvolta anche i principali protagonisti dei tornei, che nella seconda metà del XII secolo hanno in Francia, soprattutto del Nord e dell'Ovest, la zona di massima diffusione.

Ma chi sono questi protagonisti?

Nella maggior parte dei casi sono giovani cavalieri scapoli e privi di beni che vanno in cerca d'avventure e di ricche ereditiere in bande turbolente. Guidati dal figlio di un principe o di un conte, corrono di torneo in torneo per cinque, dieci e talvolta quindici anni, in attesa di potersi fermare nel feudo familiare.

Il torneo può essere in effetti considerato come uno sport. Uno sport di gruppo, perché la giostra a cavallo in cui ci si affronta in singolar tenzone, a due a due, non si pratica che a partire dal XIV secolo.

Il torneo del XII secolo non contrappone due individui ma due gruppi di uomini d'arme, alcuni a cavallo, altri a piedi, e la bella schiera che precede lo scontro si trasforma rapidamente in una mischia tumultuosa dove, come su un campo di battaglia, si combatte a piccoli gruppi facendo uso di segnali di riconoscimento.

Il torneo non è solo sport di squadra, ma anche sport "professionale".

Esistono veri professionisti del torneo, che vendono i propri servigi alla squadra di cavalieri che offre di più. Alcuni di questi campioni si associano in piccoli gruppi di due o tre e si specializzano in un particolare tipo di combattimento, diventando molto ricercati.

Indipendentemente da queste pratiche mercenarie il torneo è, forse più della guerra, una fonte di profitto per i cavalieri che vi partecipano. Si cerca di catturare l'avversario, di estorcergli un riscatto, di sottrargli le armi, il cavallo, i finimenti. Molteplici trattative con scambi di promesse si svolgono sia nel bel mezzo della mischia che alla fine delle ostilità. E’ possibile farsi una fortuna.

E’ vero che questo genere di prodezze non sono prive di rischi. Il torneo è uno sport pericoloso, i feriti sono sempre numerosi e non rari i morti, ai quali la Chiesa talvolta rifiuta la sepoltura cristiana. L'uso di armi "cortesi", con punte e tagli smussati o interamente di legno, si impone solo molto lentamente. Fino alla metà del XIII secolo le armi che i cavalieri indossano in torneo non sono in nulla diverse da quelle dei veri combattenti.

Eppure, anche se assomigliano alla guerra, i tornei non sono la guerra. Sono eventi lieti. Tranne la lunga interruzione della Quaresima, da febbraio a novembre, all'interno di una stessa provincia se ne organizzano ogni quindici giorni: non nelle grandi città, ma nei pressi di una fortezza solitaria, al confine di due feudi o di due principati. Infatti i tornei non si svolgono né sulle piazze dei villaggi né entro il territorio dei castelli, ma in aperta campagna, in una landa o in un prato senza precisi confini.

Il signore che ne garantisce l'organizzazione deve, con molte settimane di anticipo, far conoscere in tutta la regione circostante, per mezzo dei banditori, i giorni e il luogo di svolgimento del torneo. Deve inoltre inviare messaggeri nelle province vicine, prevedere l'alloggiamento dei partecipanti (talvolta parecchie centinaia) e dei loro accompagnatori, ammassare viveri, preparare le tribune, le tende e le scuderie, i divertimenti mondani e quelli popolari.

Ogni torneo è una festa che raduna grandi folle, perché, se combattono solo i nobili, gli spettatori appartengono a tutte le categorie sociali. E questa festa è anche una fiera che fa vivere tutta una consorteria di artisti, mercanti, cuochi, giocolieri, mendicanti e malfattori.

Il torneo dura più giorni, in generale tre. I combattimenti cominciano all'alba, dopo la messa, e si interrompono solo la sera, all'ora dei vespri. I vari gruppi si scontrano dapprima uno dopo l'altro, poi simultaneamente, secondo l'origine geografica e feudale. La confusione è tale che gli araldi hanno, presso gli spettatori, il ruolo dei nostri reporter nel descrivere i principali fatti d'arme e gridarne i nomi degli autori. In serata ci si dedica alla medicazione delle ferite, ai banchetti, alla musica e alla danza, alle schermaglie amorose. L'indomani si ricomincia. La sera dell'ultimo giorno, mentre ciascuno fa i suoi conti, la più nobile delle dame presenti consegna al cavaliere che in battaglia si è dimostrato più valoroso e più cortese una ricompensa simbolica.

Michel Pastoreu da "La vita quotidiana ai tempi dei Cavalieri della Tavola Rotonda"